• Adinolfi: “Guerra dazi, Italia esposta a rischio volatilità prezzi materie prime”

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    Foto adinolfi

    L'intesa raggiunta dai presidenti Trump e Xi Jinping all'ultimo G20 di Buenos Aires ha congelato la guerra dei dazi tra USA e Cina per 90 giorni in vista di nuovi negoziati. Un nuovo capitolo della war trade fra le due superpotenze che ha già avuto effetti rilevanti sull'economia mondiale. Ne parliamo con Felice Adinolfi, professore associato per il settore scientifico-disciplinare Economia ed Estimo Rurale dell'Università degli Studi di Bologna.

    La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha interessato anche il settore agricolo. Una materia prima su cui si sta consumando lo scontro è la soia. Quali saranno le conseguenze per il settore e per la mangimistica?
    Le ultime notizie ribaltano completamente la prospettiva che sembrava essersi innestata sul mercato. Una prospettiva preoccupante, frutto di una guerra commerciale che stava diventando molto rischiosa, deprimendo le prospettive produttive di un player straordinariamente importante come gli Stati Uniti. L’annuncio dell’accordo raggiunto a Buenos Aires nei giorni scorsi fra Trump e Xi Jinping e il riavvio immediato degli acquisti cinesi hanno fatto risalire immediatamente le quotazioni del future sulla soia. Si tratta per ora solo di una tregua commerciale, come si sono giustamente affrettati a precisare molti analisti. La decisione assunta sembra essere stata solo quella della sospensione dell’introduzione di nuove tariffe, accompagnata dalla volontà delle due parti di intensificare il dialogo commerciale tra i due Paesi. Quindi sul futuro le incertezze sono ancora molte. Esprimere delle previsioni oggi risulta davvero arduo; è l’incertezza a farla da padrone.

    Quali altre materie prime sono coinvolte in questa guerra dei dazi e con quali conseguenze?
    Partirei dalle conseguenze, che sono enormi, prché investono centinaia di prodotti di largo consumo, tra cui alcune importanti commodity agricole. Parliamo di centinaia di miliardi di dollari che colpiscono gli scambi commerciali tra le due parti e che coinvolgono molti prodotti agricoli. Oltre la soia, ci sono il mais, la carne di maiale, i formaggi e altri prodotti agricoli. Ci sono conseguenze dirette e indirette. Quelle dirette sono decifrabili dalla bilancia commerciale dei due Paesi e dal peso delle tariffe. Quelle indirette vanno oltre i volumi scambiati e rischiano di impattare sulle scelte produttive di chi produce le materie prime, ma anche di chi le utilizza. Poi ci sono le conseguenze del riposizionamento delle relazioni commerciali. I minori volumi esportati quest’anno dai produttori di soia statunitensi in Cina sono state in parte compensate dall’aumento dei volumi importati dall’Europa e dai Paesi sudamericani. Questo implica anche un riposizionamento dei modelli produttivi nel lungo periodo. Ma oggi la parola chiave è l’incertezza.

    Quale tra i due Paesi sta avendo o avrà le ricadute peggiori sulla propria bilancia commerciale?
    Ad oggi la Cina è quella favorita dallo squilibrio commerciale esistente con gli Stati Uniti e, quindi, quella che maggiormente dovrebbe subire i danni di questa guerra commerciale, per come si è prospettata sino ad oggi. Ma nel lungo periodo è tutto da vedere. Il tema del riposizionamento dei mercati e delle produzioni, ma in particolare dei mercati, può nel lungo termine aprire ad una rimodulazione delle relazioni commerciali e a nuovi canali commerciali. Del resto, questo è anche l’indirizzo preso a livello globale con l’abbandono dei negoziati multilaterali sul commercio, che ha aperto la strada del bilateralismo commerciale. Gli scenari possono cambiare in tempi relativamente rapidi. Ad oggi girano molte stime, alcune parlano di quasi 400 miliardi di dollari persi dalla Cina, altre riportano numeri non di molto inferiori. Si parla di perdite minori, ma altrettanto significative per la bilancia commerciale USA. In ogni caso si tratta di numeri impressionanti. Un gioco che dal punto di vista del trade non può che rivelarsi lose-lose.

    Il settore agroalimentare italiano, che importa diverse commodities a cominciare dal mais, potrebbe subire dei contraccolpi dallo scontro fra le due superpotenze economiche?
    I contraccolpi possono essere legati alla eventuale maggiore volatilità delle quotazioni di alcune materie prime. Se l’incertezza continuerà a regnare, per esempio, c’è da aspettarsi una corsa agli acquisti per ripararsi da eventuali rischi di incremento delle tariffe e questo potrebbe far balzare in alto i prezzi. La formazione delle aspettative in questi casi riveste un ruolo fondamentale per alimentare il corso dei mercati e quando parliamo di quantità sensibili, come quelle che interessano gli scambi tra Stati Uniti e Cina, il ruolo giocato dall’incertezza può essere significativo. Se la guerra commerciale dovesse prolungarsi, invece, il mercato tenderebbe ad un nuovo, precario, equilibrio. Ovviamente nel breve i prezzi tendono a deprimersi: con l’introduzione in Cina del dazio del 25% sulla soia, la quotazione del future sulla soia ha perso dieci punti percentuali nell’ultimo semestre. La Cina è un player importante ma credo che gli effetti di una tariffazione anche così alta delle importazioni possa essere assorbita nel medio termine e riportare ad un riequilibrio almeno parziale del mercato.

    Vito Miraglia 04-02-2019 Tag: daziCinaUsaitaliamaterie primeagroalimentare
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